Utilità della filosofia

Premessa

Giovanni Fornero, in sintonia con il suo maestro Nicola Abbagnano, è sempre stato profondamente convinto del valore e della necessità della filosofia. Da ciò l'impegno costante ad argomentare con chiarezza (e in modo accessibile anche al lettore comune) questa tesi, mediante una proposta la cui peculiarità consiste nel ritenere che, prima di chiedersi se la filosofia sia utile o meno, è bene chiedersi se da essa si possa prescindere o meno, ossia se sia davvero possibile, per l'uomo, vivere senza filosofare.

Oltre che nell'articolo apparso sul numero 6 del 2014 di «MicroMega», Fornero ha sintetizzato il suo pensiero nella sezione Invito alla filosofia che apre Con-Filosofare , la versione più aggiornata dell'Abbagnano-Fornero (2016). Sintesi che, con talune modifiche, viene qui riprodotta.

L'ineludibilità della filosofia e i vantaggi del suo studio

Nell'opinione comune la parola "filosofia" evoca talora qualcosa di astruso e di comune lontano dalla vita. In realtà, secondo un'antica tradizione, essa è strettamente intrecciata con l'esistenza umana, al punto che, come affermava Platone, non si può essere uomini senza essere in qualche modo filosofi. «Non ci sarebbe la filosofia dei filosofi – scriveva Nicola Abbagnano – se l'uomo non fosse condotto a filosofare dalla sua vita stessa di uomo».

1. Perché non è possibile vivere senza fare filosofia

Che cosa studia la filosofia? A che cosa serve? È inevitabile porsi tali interrogativi, così com'è utile cercare di fornire un abbozzo di risposta ad essi.

È vero che si può comprendere che cosa sia davvero una disciplina solo entrando in contatto con essa, cioè studiandola. Per usare una celebre immagine di Hegel, si può imparare a nuotare solo entrando in acqua. Ma ciò non esclude che di ogni disciplina, compresa la filosofia, sia possibile mettere a fuoco – in anteprima – alcuni tratti salienti.

Una disciplina che si nutre di domande

Un primo carattere basilare della filosofia, che la qualifica fin dalle origini, è che essa si nutre di domande. È un continuo interrogare, un'incessante "messa in questione" di ciò che a prima vista – per tradizione, autorità o pregiudizio – sembra "ovvio".

L'etimologia stessa della parola "filosofia", che significa letteralmente "amore" (philía) del "sapere" (sophía), indica che essa, più che possesso, è ricerca del sapere, e quindi una disciplina che trova nel gusto della domanda il suo spazio vitale.

Ma di che tipo sono le domande della filosofia?

Tutti noi passiamo la vita a fare e a farci domande: per risolvere problemi, per orientarci nel mondo, per effettuare in modo responsabile le nostre scelte. Ci chiediamo, ad esempio, come organizzare con successo i nostri studi, come trovare un lavoro, come comunicare in modo efficace con gli altri, come rendere felice la persona che amiamo, come mantenerci in salute.

Le domande della filosofia non sono di questo tipo, poiché non riguardano direttamente il nostro fare quotidiano o la nostra utilità immediata. Esse sono piuttosto domande "di fondo", che in linea di principio possono concernere qualsiasi aspetto della nostra esperienza.

Ad esempio, in relazione alla realtà in cui viviamo, le domande di fondo della filosofia hanno storicamente assunto la forma di interrogativi quali: che cos'è l'essere?, che cos'è il tempo?, esiste Dio? In relazione alla nostra conoscenza, si sono concretizzate in questioni come: da dove derivano i nostri concetti?, in che rapporto stanno la mente e le cose?, quali sono le garanzie di validità del nostro sapere? In relazione al nostro agire, hanno assunto la forma di interrogativi quali: che cos'è il bene?, che cos'è il male?, che cos'è la libertà?, che cos'è la giustizia?, che cos'è la felicità?

Le domande della filosofia sono quindi domande che vanno "alla radice", ossia mettono radicalmente in discussione l'ambito considerato, qualunque esso sia (anche esperienze esistenziali come l'amicizia, l'amore o la sessualità possono divenire oggetto di riflessione filosofica). Mentre comunemente, come avviene ad esempio nella religione e nel diritto, si parla di bene e di male, di giusto e di ingiusto, la filosofia problematizza "alle radici" le nozioni stesse di bene-male, giusto-ingiusto.

L'"inaggirabilità" della filosofia

Queste domande radicali, che costituiscono l'ambito specifico del pensiero filosofico,non sono affatto astratte o inutili. Anzi, in molti casi sono di tale concretezza e rilevanza che dalla loro risposta dipendono il corso di una vita o l'impronta di una società.

Se, in quanto animali, non possiamo fare a meno di respirare e nutrirci, così, in quanto animali razionali, non possiamo fare a meno di riflettere e filosofare.

A rigore, quindi, non vale l'antico detto latino secondo cui primum vivere, deinde philosophari (prima vivere, poi filosofare). Infatti, se per "vita" non si intende quella puramente biologica (nutrirsi, bere, dormire ecc.) ma quella propriamente umana e sociale, vivere è già filosofare: «filosofare significa per l'uomo, in primo luogo, affrontare ad occhi aperti il proprio destino e porsi chiaramente i problemi che risultano dal proprio rapporto con se stessi, con gli altri uomini e col mondo» (N. Abbagnano). Per usare un'espressione presente nei pensatori greci, la filosofia è vita "da svegli", cioè da individui che affrontano la loro esistenza non in maniera passiva ma attiva, non in maniera inconsapevole ma consapevole. Al punto che, si potrebbe aggiungere, nell'uomo neppure la vita biologica rimane completamente estranea alla filosofia, perché l'uomo è un essere che, oltre a nutrirsi, può ad esempio chiedersi in modo critico e selettivo che cosa e come sia meglio mangiare (come fanno le filosofie salutiste).

In ogni caso, ritenere di vivere senza filosofia è un'ingenuità, poiché la filosofia è qualcosa di inevitabile, che coinvolge tutti. Da ciò quella che, con un termine mutuato da alcuni filosofi odierni, potremmo chiamare la sua "inaggirabilità".

Infatti, come non è possibile vivere senza riflettere sulla vita, così non è possibile esistere senza assumere un atteggiamento complessivo di fronte alla realtà e, quindi, senza avere una determinata visione del mondo: «Ogni uomo vive in una cultura, in un certo tipo o forma di civiltà, e partecipa agli usi, ai costumi, alle credenze che la costituiscono. E usi, costumi, credenze, delineano nel loro insieme un atteggiamento di fronte al mondo che a sua volta obbedisce a una visione complessiva del mondo stesso» (N. Abbagnano). Anche chi dice di non avere una filosofia (o di non averne bisogno) in realtà ne ha già una. E questo non per la semplice ragione formale e dialettica che la rinuncia alla filosofia è già una filosofia, ma per la ragione sostanziale che quella rinuncia è soltanto apparente o fittizia, in quanto ognuno – questo vale anche ai giorni nostri – possiede una "propria" filosofia, spesso intessuta di idee desunte dai media e dall'ambiente circostante. Tanto che la vera alternativa non è tra fare e non fare filosofia, ma tra fare filosofia in modo inconsapevole e irriflesso (come avviene nella vita comune) e fare filosofia in modo consapevole e riflesso (come fanno i filosofi).

La filosofia di fatto coinvolge tutti. In essa tutti abitiamo e viviamo. Ogni domanda di fondo che nasce dalla vita quotidiana è destinata a incontrare in modo implicito o esplicito la filosofia. Chiedersi "perché sia giusto" rispettare chi non la pensa come noi, o "perché sia giusto" pagare le tasse, significa in qualche modo fare filosofia.

Certo, la filosofia dei filosofi, a cominciare dal linguaggio tecnico che la contraddistingue, assume alcuni aspetti "specialistici" e sistematici che ne fanno un'attività specifica e autonoma. Tuttavia, come non c'è problema rilevante della vita che non possa divenire oggetto di approfondimento filosofico, così non c'è problema filosofico, anche quello apparentemente più astruso, che non sgorghi in qualche modo dalla vita.

Proprio per la sua imprescindibilità, la filosofia non è una sorta di "dipartimento" separato del sapere, né i filosofi sono una "corporazione" rinchiusa in un mondo che non ha nulla a che vedere con gli studiosi delle altre discipline.

Infatti, se da un lato i filosofi non possono ignorare quello che accade nelle altre attività umane, a loro volta i matematici, i logici, i fisici, i biologi, gli psicologi, i sociologi, gli antropologi, i medici, i giuristi, i poeti, gli artisti ecc., a certi livelli della loro indagine, non possono fare a meno di incrociare le domande di fondo della filosofia, o di fare loro stessi filosofia.

Non solo parecchie discipline sono nate dal sapere filosofico, ma nessuna disciplina, anche dopo che si è resa storicamente autonoma dalla filosofia, risulta completamente estranea ad essa. Nello stesso tempo, nessuna disciplina rende inutile il pensiero filosofico. Anche la scienza e la civiltà tecnologica, anziché escludere o "mandare in pensione" la filosofia, suscitano esse stesse, come avremo modo di constatare, pressanti interrogativi di natura filosofica.

Chiamiamo dunque "filosofia" l'indagine critica e razionale sulle questioni di fondo che l'uomo si pone circa sé medesimo e la realtà circostante.

Contestualmente, chiamiamo storia della filosofia sia il "racconto" delle specifiche domande che gli esseri umani si sono posti dall'antichità fino ai giorni nostri, sia il "racconto" dei corrispettivi tentativi di risposta che i pensatori delle diverse epoche hanno fornito.

La filosofia e la storia della filosofia si presentano così come una sorta di colloquio infinito e sempre aperto, costituito da una trama inesauribile di interrogativi, risposte e ulteriori interrogativi.

Ricadute pratiche della filosofia

Proprio perché la filosofia è parte integrante della vita e del sapere, essa ha inevitabili ricadute pratiche, che in certi casi sono maggiori di quello che ordinariamente si ritiene.

Ad esempio, oggi viviamo in società nelle quali – a differenza di quanto avveniva nel passato e accade tuttora in certi paesi – vige quel bene prezioso che l'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani chiama «diritto alla libertà di opinione e di espressione». Ora, come avremo modo di verificare, alla definitiva affermazione di questa conquista della mente e della civiltà ha contribuito in modo cospicuo anche la filosofia.

Analogamente, come ha ricordato in più occasioni il giurista, filosofo e politologo Norberto Bobbio, le tre grandi ideologie politiche (liberalismo, democrazia e socialismo) che hanno condizionato in profondità il mondo moderno – il quale senza di esse non sarebbe quello che è – hanno le loro matrici teoriche nel pensiero di filosofi come John Locke, Jean-Jacques Rousseau e Karl Marx.

La stessa cosa può dirsi sia per altri importanti movimenti di idee dei giorni nostri (da quello per la parità dei diritti a quello per la pace, da quello per la salvaguardia dell'ambiente a quello per i diritti degli animali), sia per la trattazione di problemi "scottanti" come l'aborto e l'eutanasia, che hanno suscitato e suscitano dibattiti in cui l'apporto della filosofia è notevole e, in certi casi, determinante.

Niente di più falso, quindi, della superficiale battuta secondo cui «la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale il mondo rimane tale e quale». Al contrario, si deve dire che «la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale il mondo non rimane affatto tale e quale».

Per la medesima ragione non è possibile sostenere, come affermava Hegel, che la filosofia giunge sempre "a cose fatte" (in quanto forma di riflessione su eventi già accaduti), e quindi troppo tardi per dire come deve essere il mondo. Essa, piuttosto, è parte costitutiva del farsi della storia del mondo, e i filosofi hanno spesso anticipato idee e modi di vita che hanno preso piede decenni o secoli dopo.

Di conseguenza, più che ai filosofi che hanno insistito su una visione "contemplativa" della filosofia, ci sentiamo vicini a quelli che ne hanno sottolineato la funzione "attiva". In particolare, più che al modello di Aristotele, propenso a scorgere nella filosofia un'attività puramente contemplativa che, come tale, «non serve a nulla» (in quanto si limita a studiare le realtà più alte, senza perseguire alcun vantaggio pratico), ci sentiamo vicini al modello di Platone. Quest'ultimo, infatti, ha prospettato la filosofia come l'uso del sapere a vantaggio dell'uomo, sostenendo che il compito del filosofo non si esaurisce nell'attività teorica, ma implica un impegno nella trasformazione del mondo umano e quindi un proficuo mettere a disposizione della comunità il risultato delle proprie riflessioni.

2. A che cosa serve lo studio della filosofia

Sulla base di quanto si è detto circa l'ineludibilità della filosofia – che rimanda alla "filosoficità" della stessa esistenza umana – possiamo capire perché sia importante che questa disciplina costituisca un elemento nella formazione della persona e venga di conseguenza studiata a scuola. Le ragioni della sua "utilità" sono parecchie. Qui ci limitiamo a evidenziarne alcune.

Innanzitutto, studiando la storia della filosofia si riesce a comprendere meglio la storia complessiva dell'umanità. Infatti, se è vero che ogni filosofia è la filosofia della sua età, è altrettanto vero che ogni età ha la sua filosofia, la quale, se da un lato è condizionata dalle vicende storiche, dall'altro condiziona essa stessa tali vicende, influendo sulla politica, sul diritto, sull'etica, sulla religione, sull'arte e sulla letteratura del proprio tempo. Di conseguenza, per capire lo spirito di un'epoca è utile – e in certi casi indispensabile – conoscere, tra le altre cose, la filosofia di quell'epoca. Ad esempio, si capisce meglio la civiltà del Rinascimento se si conosce la filosofia rinascimentale e le varie espressioni in cui essa si articola. Come si comprendono meglio certi fenomeni letterari (si pensi al Romanticismo, al verismo o al decadentismo) se si conoscono le filosofie coeve.

Lo studio del pensiero dei filosofi, inoltre, non si esaurisce nell'ascolto passivo di idee altrui, ma rappresenta uno stimolo a riflettere in prima persona. E ciò in accordo con la tesi di uno dei maggiori filosofi di tutti i tempi, Immanuel Kant, secondo il quale, più che imparare la filosofia, bisognerebbe imparare a filosofare; più che apprendere pensieri, bisognerebbe apprendere a pensare.

Nella fattispecie, lo studio della filosofia è utile per l'acquisizione di una mentalità critica, che insegni a interrogarsi su tutto senza dare mai nulla per scontato, anzi mettendo costantemente in dubbio le verità di cui ognuno si crede dogmaticamente in possesso.

Di questa mentalità è componente essenziale lo sforzo di ragionare con la propria testa. Tant'è che Kant scorgeva nel motto latino «Sapere aude!», cioè »Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!« il simbolo stesso della ragione critica, sostenendo che con la filosofia l'uomo diventa finalmente "maggiorenne" (non in senso anagrafico, ma intellettuale), imparando la difficile arte di pensare in maniera autonoma, abbandonando credenze e convinzioni accolte passivamente dall'esterno.

Mettendoci in contatto con modi completamente differenti di concepire la realtà e obbligandoci a entrare, per così dire, nella mente degli altri, la filosofia può contribuire a produrre una forma mentis pluralistica ed empatica, in grado di "ascoltare" le ragioni del prossimo e di mettere in pratica una cultura del reciproco rispetto.

In questo senso – come, tra gli altri, ha riconosciuto di recente la filosofa statunitense Martha Nussbaum – la filosofia può recare un non trascurabile contributo al rafforzamento della democrazia e alla civile coesistenza fra culture e modi di vita diversi. Pur essendo fondamentali per il futuro delle nazioni, le competenze tecniche e scientifiche non bastano, da sole, a formare cittadini in modo completo e onnilaterale. Occorre anche una componente umanistica, che sia in grado di tener conto di tutti gli aspetti dell'umano e di mantenere vive, insieme con la lezione dei classici, le istanze del pensiero critico. Tanto più che chi non sa riflettere in modo autonomo è facilmente influenzabile e finisce, come la storia e l'attualità ci insegnano, per essere facile preda del qualunquismo o del fanatismo.

Certo, la filosofia non è l'unica disciplina e nemmeno l'unica materia scolastica in grado di produrre una mentalità critica, aperta e creativa, come non è l'unica in grado di favorire una mentalità dialogica e democratica. Tuttavia, stimolando a porre domande e abituando a "chiedere ragione" delle affermazioni altrui e a "rendere ragione" delle proprie, è una disciplina che può contribuire in modo eminente alla formazione di una simile forma mentis.