Le due accezioni di fondo del termine "laicità"

Come documento nei miei lavori, che si ispirano a un modello di analisi pluralistico, ossia rispettoso dei diversi modi di intendere la laicità, per fare chiarezza intorno a tale concetto risulta indispensabile distinguerne due significati o accezioni di fondo: una di tipo metodologico e l'altra di tipo filosofico.

Giovanni Fornero

Nel primo senso la laicità allude a una serie di criteri metodici (autonomia discorsiva, pluralismo, tolleranza, ecc.) che si riferiscono sia alla sfera teorico-conoscitiva, sia a quella pratico-politica. In virtù del suo carattere procedurale, tale forma di laicità può essere fatta propria da chiunque, cioè non solo dai non credenti, ma anche dai credenti.

Nel secondo senso, la laicità è invece propria di coloro che non si limitano a rispettare i sopraccitati criteri formali, ma che pensano e vivono a prescindere da Dio e dall'adesione a un determinato credo religioso.

Nei miei libri, per classificare il significato largo o metodologico di laicità uso l'espressione "laicità in senso debole", mentre per alludere al significato ristretto o dottrinale uso l'espressione "laicità in senso forte", avvertendo che in questo caso debole e forte non hanno una valenza valutativa, bensì semantico-descrittiva.

Infatti tali aggettivi, nello specifico senso tecnico in cui li adopero, non rimandano a una laicità "meno consistente" (e quindi meno laica) rispetto a una laicità "più consistente" (e quindi più laica) ma a due accezioni diverse di laicità, di cui una risulta più "leggera" (in termini postmoderni: "sottile") e l'altra più "pesante" (in termini postmoderni: "spessa").

In altri termini, la coppia laicità-debole laicità-forte non sottintende un (soggettivo) giudizio di valore nei loro confronti. Essa comporta piuttosto un (oggettivo) giudizio di fatto, derivante dalla constatazione di un minore o maggiore grado di densità o spessore semantico.

Infatti, mentre la prima forma di laicità coincide con una semplice metodologia che, come tale, può essere fatta propria da chiunque, la seconda forma di laicità rimanda invece a una particolare filosofia, ossia alla specifica visione del mondo propria dei non credenti.

In altre parole, mentre la laicità debole rinvia a una serie di procedure condivise (o condivisibili), la laicità forte rientra nella categoria (rawlsiana) delle dottrine "comprensive" (= visioni complessive del mondo).

Ne segue che mentre la laicità in senso debole è una laicità inclusiva, in quanto vale per tutti (a prescindere dalle personali posizioni dottrinali di ognuno) la laicità in senso forte è una laicità di parte, in quanto vale solo per i non credenti. Questo non significa che una delle due sia "migliore" dell'altra. Significa soltanto che esse rimandano a due accezioni diverse (e irriducibili) di laicità. Accezione che risultano incontestabilmente presenti sia nel linguaggio ordinario sia in quello colto.

Ad esempio, quando si dice che «lo Stato moderno è uno Stato laico» ci si riferisce alla laicità in senso largo o metodologico. Viceversa, quando si dice che «Tizio è credente, mentre Caio è laico» ci si riferisce alla laicità in senso stretto o ideologico-dottrinale.

Copertina Laicita debole e
laicita forte

Perciò a parte la terminologia debole-forte (si potrebbero anche usare altre denominazioni) è un fatto che le due accezioni riportate non rappresentano una mia invenzione, ma qualcosa di oggettivamente esistente, cioè di semanticamente riscontrabile.

Tuttavia, la peculiarità della mia posizione non consiste soltanto nella messa in luce della esistenza di fatto di queste due accezioni, ma anche nel concomitante riconoscimento della loro legittimità di diritto.

Infatti, la mia tesi capitale in materia è che l'accezione metodologico-formale e l'accezione filosofico-sostantiva di laicità sono entrambe semanticamente legittime.

Al punto che ogni tentativo di misconoscere o di "abolire" uno dei due significati di base della laicità si configura come una manifesta distorsione dell'esistente, il quale attesta – di là di ogni divieto linguistico o teorico – che se da un lato esiste un'accezione larga o inclusiva di laicità (la laicità-metodo), secondo cui si può essere tutti laici, dall'altro esiste un'accezione, ristretta e di parte (la laicità visione del mondo), secondo cui "laici" sono gli individui a-religiosi, ossia le persone che vivono e pensano a prescindere da Dio e dalla religione.

Perché il significato forte di laicità, o del laico come non credente, pur essendo abitualmente adoperato nel linguaggio ordinario, dovrebbe venir "censurato" nel linguaggio colto?

Del resto, l'escamotage verbale consistente nel dire che oggigiorno non ci sono «laici e credenti», ma solo «laici credenti e laici non credenti» a un esame più approfondito non regge, anzi si rivela un manifesto equivoco, perché quando si parla di «laici credenti e laici non credenti» si intende, per laicità, quella procedurale, mentre quando si parla di «laici e credenti» si intende, per laicità, quella sostantiva.

Perciò le due proposizioni sono entrambe sensate e l'una non esclude contestualmente l'altra. A patto, s'intende, di concepire la laicità in modo criticamente articolato.