Le due accezioni di fondo del termine "laicità"

Riportiamo qui un intervento aggiornato di Fornero, che sintetizza con la sua prospettiva in proposito.

Giovanni Fornero

Come sostengo sin dall'aggiornamento del Dizionario di filosofia di Nicola Abbagnano il termine laico, dal punto di vista semantico, possiede due significati di fondo: uno largo e uno stretto.

In un primo senso, di tipo metodologico-formale, la laicità allude a una procedura che fa appello ai valori della razionalità, della libera discussione e del pluralismo. "Procedura" che in sede teorica e pratica può essere fatta propria da chiunque, a prescindere dal fatto di essere credenti o meno. Tant'è, che oggi, nell'ambito di questa accezione di laicità, si parla comunemente di "laici credenti" e di "laici non credenti".

In un secondo senso, di tipo filosofico-sostanziale, la laicità allude invece alla visione del mondo dei non credenti, cioè alla posizione di coloro che – agnostici o atei – vivono e pensano a prescindere da Dio e dall'adesione a un determinato credo religioso. Tant'è, che oggi, nell'ambito di questa accezione di laicità, si parla comunemente di "laici e credenti".

Inizialmente, nei miei libri, per classificare il significato largo e metodologico di laicità ho usato l'espressione "laicità in senso debole", mentre per alludere al significato ristretto e sostanziale ho usato l'espressione "laicità in senso forte", avvertendo che in questo caso debole e forte non hanno una valenza valutativa, bensì descrittiva. Infatti, tali aggettivi, nello specifico senso tecnico in cui li adopero, non rimandano a una laicità "meno consistente" (e quindi meno laica) rispetto a una laicità "più consistente" (e quindi più laica) ma a due accezioni diverse e irriducibili di laicità, di cui una semanticamente più "sottile" (thin) e l'altra semanticamente più "spessa" (thick).

Accezioni che risultano constatabilmente presenti nel linguaggio ordinario e in quello colto, in cui il termine laicità può alludere sia a una trasversale metodologia, sia alla visione del mondo propria dei non credenti. In altri termini, mentre la laicità in senso largo o debole rinvia a una serie di procedure condivise (o condivisibili), la laicità stretto o forte rientra nella più delimitata categoria (rawlsiana) delle dottrine "comprensive" (= visioni complessive del mondo).

Tuttavia, in un secondo tempo, allo scopo di evitare possibili equivoci connessi alla dicotomia debole-forte, più che sui concetti di laicità in senso debole e di laicità in senso forte, ho preferito insistere sui concetti di laicità in senso metodologico-formale e di laicità in senso sostanziale-contenutistico.

Copertina Laicita debole e
laicita forte

Poste queste premesse, la mia tesi di fondo è che queste due accezioni di laicità (comunque denominate) siano entrambe valide e possano essere lecitamente usufruite, specificando, all'occorrenza, di quale tipo di laicità si sta parlando. Ad esempio, quando si dice che «lo Stato moderno è uno Stato laico» o si parla del «supremo principio costituzionale della laicità dello Stato» ci si riferisce chiaramente alla laicità in senso largo o metodologico. Viceversa, quando si dice che «Tizio è credente, mentre Caio è laico» ci si riferisce chiaramente alla laicità in senso stretto o sostanziale.

Di conseguenza, la peculiarità (e la parte di originalità) della mia posizione non consiste soltanto nella messa in luce della esistenza di fatto di queste due accezioni, ma anche nel concomitante riconoscimento della loro legittimità di diritto.

Operazione tanto più significativa se si pensa che in certo linguaggio colto il significato ristretto e contenutistico di laicità è stato "censurato" e di fatto soppiantato dal significato largo e metodologico. Oppure, come succede in ambito cattolico, è stato sostituito dal termine "laicista", usato in senso peggiorativo e screditante (in certi casi quasi alla stregua di un insulto).

In realtà il termine laico ha sia un'accezione larga e metodologica, sia un' accezione ristretta e sostanziale. E non vedo per quale fondato motivo questa seconda accezione dovrebbe essere misconosciuta o abbandonata. Ratzinger stesso, a differenza di certi studiosi cattolici, ha registrato con chiarezza questa occorrenza, osservando che: «si parla oggi di pensiero laico, di morale laica, di scienza laica, di politica laica», facendo notare che in effetti «alla base di tale concezione, c'è una visione areligiosa della vita, del pensiero e della morale: una visione, cioè, in cui non c'è posto per Dio».

Ora, che la nozione ristretta di laicità possa essere sgradita a taluni credenti, sino al punto di dar luogo a ripetuti tentativi di farla "sparire" dal linguaggio ordinario, o quantomeno dal lessico colto, è qualcosa che, pur non essendo corretto e giustificabile, non stupisce.

Viceversa, che a rifiutare il significato ristretto di laicità siano anche esponenti della cosiddetta cultura laica, cioè di una cultura distinta – e storicamente alternativa – rispetto a quella dei credenti, è qualcosa che faccio fatica a comprendere.

Perché la laicità dovrebbe essere intesa solo come un metodo di coesistenza fra tutte le culture e non anche come una specifica cultura e quindi come la cultura propria degli agnostici e degli atei? Perchè a questi ultimi dovrebbe essere precluso di proclamarsi "laici" nel senso contenutistico del termine (= persone che vivono e pensano a prescindere da Dio e dall'adesione a un determinato credo religioso).

In conclusione, come filosofo che, più di ogni altro studioso in Italia, ha messo a fuoco e difeso (anche) il significato ristretto di laicità, ritengo che, accanto al significato largo e metodologico possa legittimamente continuare ad esistere anche il significato ristretto o sostanziale di laicità.