Le origini storiche dell'esistenzialismo

Le origini storiche dell'esistenzialismo (1944) è un testo raro e poco noto di Abbagnano, che raccoglie le lezioni universitarie dell'anno accademico 1943-44. Apparso in pieno conflitto bellico, presso la litografa Viretto di Torino, è scritto su carta scadente e in modo poco chiaro, tanto da risultare, in alcune parti, quasi illeggibile. L'interesse del testo risiede sia nella sua capacità di esporre in modo linguisticamente più semplice e immediato temi e problemi che si trovano trattati in forma più «tecnica» nelle opere maggiori, sia nella chiarificazione di alcuni concetti fondamentali della interpretazione «strutturalistica» o «sostanzialistica» dell'esistenza elaborata in Italia da Abbagnano (interpretazione che, in seguito, assumerà la denominazione complessiva di «esistenzialismo positivo»).

Il testo consta di sette capitoli. Il capitolo I si configura come una introduzione generale all'esistenzialismo contemporaneo. I capitoli II-VII rappresentano una sorta di pre-stesura di alcune parti della grande Storia della filosofia (1946-1950) ed espongono il pensiero di taluni filosofi del passato, nei quali si sarebbe emblematicamente incarnata la sensibilità «esistenziale». Sin dal primo capitolo, più che da storico distaccato dell'esistenzialismo, Abbagnano parla da teorico «schierato» di una specifica forma di filosofia dell'esistenza. Come mostra la sua sintetica presentazione dell'esistenzialismo europeo, manifestamente connessa e, per certi aspetti vistosamente condizionata, dalle sue scelte teoriche: «Ho delineato una forma dell'esistenzialismo che è quella dell'esistenzialismo italiano, da me assunta e difesa. Ma nell'ambito di questa forma e sul fondamento che essa fornisce è possibile intendere tutte le direzioni fondamentali che l'esistenzialismo ha assunto nella filosofia contemporanea; ed è possibile altresì stabilire il valore comparativo delle soluzioni che esse presentano del problema esistenziale».

Più che nella schematizzazione storica delle tre direzioni principali dell'esistenzialismo, ossia delle tre maniere fondamentali di interpretare l'esistenza – che può essere prospettata come impossibilità di non essere il nulla (Heidegger), come impossibilità di essere l'essere (Jaspers) o come possibilità di essere rapporto con l'essere (Abbagnano) – la rilevanza del capitolo risiede nella messa a fuoco delle nozioni di ricerca dell'essere e di finitudine. Nella Struttura dell'esistenza (1939) Abbagnano aveva parlato dell'esistenza in termini di «sforzo verso l'essere». In Introduzione all'esistenzialismo (1942) in termini di «rapporto con l'essere». Nella celebre inchiesta su l'esistenzialismo in ltalia, apparsa su «Primato» nel 1943, l'aveva prospettata in termini di «ricerca dell'essere». Nelle Origini storiche dell'esistenzialismo riprende e sviluppa il concetto esistenziale di ricerca (in cui confluiscono le nozioni di «sforzo» e «rapporto») affermando che la determinazione di base dell'esistenza non è il distacco dal nulla, ma il problema e la ricerca dell'essere. Per «essere», Abbagnano intende la realtà esperienziale in generale l'io, gli altri e il mondo). Realtà che per l'uomo non è un dato o un possesso, bensì un problema e una conquista. Da ciò la triplice tesi: 1) l'esistenza è rapporto problematico con l'essere e quindi instabilità e ricerca; 2) l'essere è per l'uomo il problema dell'essere, poiché egli non ha altro modo di rapportarsi all'essere e di possedere l'essere che il problema; 3) in quanto problema e ricerca dell'essere l'esistenza è costitutivamente un filosofare, anche se non è sempre e necessariamente filosofia, cioè indagine riflessa intorno all'essere.

Essendo problema e ricerca dell'essere, l'esistenza non è l'essere. «L'essere è compiutezza, perfezione, possesso completo di sé; l'essere basta a se stesso e sa tutto di sé: è sapienza, e sapienza perfetta». Viceversa, l'esistenza «è incompiutezza, imperfezione, indigenza; l'esistenza non basta a se stessa, ignora se stessa; non è sapienza, ma aspirazione alla sapienza». Per cui, se l'essere, inteso, in questo caso, come una sorta di personificazione filosofica di una (ipotetica} condizione ontologica di stabilità e perfezione, coincide con il modo d'essere di un (ipotetico} ente infinito, l'esistenza, facendo tutt'uno con una condizione (reale) di instabilità e imperfezione ontologica, coincide con il modo di essere di un (concreto) ente finito. Posto che per finitudine (la precisazione è importante) non si intenda una qualche forma di limitazione spaziale, ma il fatto che, all'uomo, l'essere non è dato come possesso necessario e ontologicamente garantito, ma solo come ricerca problematica esposta al rischio. L'esistenzialismo, sottolinea Abbagnano, non coincide soltanto con la consapevolezza dottrinale della finitudine, ma anche con l'impegno effettivo in essa: «L'uomo cerca in ogni caso un appagamento, un completamento, una stabilità che gli mancano. Cerca l'essere. Questa è caratteristica della sua finitudine. Se egli cerca l'essere, non lo possiede, non è lui l'essere. Rendersi conto di questa finitudine, scrutarne a fondo la natura è il compito fondamentale dell'esistenzialismo. Ma rendersene conto e scrutarla non significa soltanto farne oggetto di speculazione, ma prenderne atto e decidere di conseguenza. Qui appare chiaramente la- prospettiva nuova dell'esistenzialismo. Esso esige dall'uomo l'impegno nella propria finitudine»1. In quanto sostanza dell'esistenza, la finitudine rappresenta la norma dell'esistenza: «Vedo nell'uomo la finitudine e nell'accettazione della finitudine l'unica vera scelta»2.

L'impegno dell'uomo verso la propria finita condizione di uomo fa tutt'uno con il movimento della trascendenza, con la ricerca dell'essere in quanto io, altri e mondo. Infatti, poiché l'uomo non può realizzarsi come io, ovvero come impegno e compito, se non nel mondo e fra gli altri, l'essere non è solo l'essere dell'io, ma è anche l'essere del mondo e l'essere della comunità. L'esistenza che si è realizzata propriamente come tale attraverso l'impegno e la trascendenza (considerata, quest'ultima, come trascendimento che ripropone incessantemente se medesimo} è l'esistenza storica, cioè l'esistenza autentica. L'uomo non è storia, deve farsi storia, procedendo oltre la dispersione e la banalità dell'esistenza impropria.

Delineata la natura dell'esistenzialismo, Abbagnano, nei capitoli seguenti, presenta una galleria di filosofi disparati (Platone, Agostino, Machiavelli, Pascal, Vico, Kant} mostrando come ognuno di essi abbia specificamente incarnato «l'atteggiamento esistenziale». Intendendo, con tale espressione, sia la consapevolezza dello scarto fra esistenza ed essere (ovvero della impossibilità di ogni prospettiva di possesso] sia l'impegno nella finitudine e nella ricerca. Fra tutti i filosofi menzionati (dei quali Abbagnano offre un quadro complessivo che sarà ripreso in forma assai simile nella Storia della filosofia, anche se, in quest'ultima, taluni motivi verranno lasciati cadere e altri aggiunti] Abbagnano privilegia Platone e Kant. Il primo, perché, a suo giudizio, avrebbe praticato la filosofia come la forma autentica dell'esistenza, ossia come la forma nella quale soltanto possono trovare il loro autentico significato la vita del singolo e quella della comunità: «Chiunque intenda e pratichi la filosofia come l'unica via per la propria formazione di uomo nel mondo e nella comunità deve e dovrà sempre rivolgersi a Platone come alla sua guida e al suo maestro più caro».

Il secondo perché avrebbe praticato la filosofia come una ermeneutica della finitudine. Con questa espressione, che non compare più in seguito, ma che esprime in modo caratteristico la sua specifica maniera di rapportarsi al criticismo, Abbagnano intende mettere in luce come l'opera di Kant (non solo la Critica della ragion pura, ma anche la Critica della ragion pratica e la Critica del giudizio) sia tutta quanta pervasa da un «senso del limite», che si esprime (polemicamente) nel rifiuto di ogni infinitizzazione dell'esistenza e (propositivamente) nell'accettazione lucida della finitudine. Finitudine che non riveste significati scettici o negativi (oggi diremmo: tragici o nichilistici) perché in Kant il limite, concepito non solo come ciò che circoscrive, ma anche come ciò che fonda, non è pessimisticamente constatato, ma criticamente accolto e posto alla base di ogni possibile valore dell'esistenza. Per questo motivo, agli occhi di Abbagnano, Kant si configura come l'incarnazione massima dell'atteggiamento esistenziale, ossia come il filosofo che, distogliendo l'uomo dalla illusione dell'infinito e dalla boria del possesso, avrebbe personificato nel modo più appropriato le istanze dell'esistenzialismo positivo, ossia di una filosofia dell'esistenza conscia dei limiti, ma anche delle possibilità (autentiche) dell'uomo.

Note

1 L'esistenzialismo in ltalia, «Primato. Lettere e arti d'Italia», Roma, n. IV/1, gennaio 1943, pp. 2-3; ora in L'esistenzialismo in Italia, a cura di B. Maiorca. Con un'appendice su Abbagnano e Gentile di G. Fornero, Paravia, Torino 1993, p. 91.

2 Ivi, p. 146.