Abbagnano tra limite e mistero

«Avvenire», 28 settembre 2010

Abbagnano tra limite e mistero

Uno degli aspetti più profondi e sempre attuali del pensiero di Abbagnano – del quale è caduto, lo scorso 9 settembre, il ventennale della morte – e della sua originale forma di esistenzialismo "positivo" è il senso dei limiti dell'uomo, ossia la consapevolezza di ciò che il filosofo, con un'espressione tecnica, definiva «la finitudine dell'esistenza».

Abbagnano ritiene infatti che l'uomo non sia l'essere, bensì la ricerca dell'essere: «L'uomo cerca in ogni caso un appagamento, un completamento, una stabilità che gli mancano, cerca l'essere. Questa è la caratteristica della sua finitudine. Se egli cerca l'essere, non lo possiede, non è lui l'essere». L'essere, precisa il filosofo con accenti platonici, è compiutezza, perfezione, possesso completo di sé; l'essere basta a se stesso e sa tutto di sé: è sapienza, e sapienza perfetta.

Viceversa, l'esistenza è incompiutezza, imperfezione, indigenza: l'esistenza non basta a se stessa, ignora se stessa; non è sapienza, ma aspirazione alla sapienza. In quanto sostanza dell'esistenza, la finitudine rappresenta anche, secondo il filosofo salernitano, la sua norma, cioè il principio a cui egli, rinunciando ad ogni forma di evasione esistenziale, deve rigorosamente attenersi.

«Vedo nell'uomo la finitudine – scriveva il filosofo nel corso di uno storico dibattito sull'esistenzialismo – e nell'accettazione della finitudine l'unica vera scelta». Finitudine che non riveste significati scettici o negativi (oggi diremmo: nichilistici o relativistici) perché in Abbagnano il limite, inteso non solo come ciò che circoscrive, ma anche come ciò che fonda, non è pessimisticamente constatato, ma criticamente accolto e posto alla base ogni possibile valore dell'esistenza. Da ciò la sua idea della filosofia come «ermeneutica della finitudine» (espressione che lo studioso, in un corso universitario degli anni Quaranta, usa in riferimento a Kant) e la polemica incessante contro tutte quelle filosofie di matrice "romantica" (come l'idealismo) che hanno infinitizzato o divinizzato l'uomo o che hanno fatto della scienza, della tecnica, del progresso, della società perfetta, della libertà senza regole ecc. altrettanti surrogati dell'infinito (o del divino).

Negli ultimi anni questo lucido senso del limite – come sa bene chi ha avuto il privilegio di frequentarlo sino alla fine –– si è accompagnato, come in Norberto Bobbio, in un altrettanto lucido senso del mistero ultimo delle cose. Mistero che, lungi dal poter essere risolto in un'equazione di ragione (secondo l'arrogante pretesa dei moderni) o poter essere estromesso dall'umano (secondo l'acritica pretesa di certa cultura novecentesca) costituisce un aspetto insopprimibile della nostra esperienza del reale.

Ed è proprio questo senso del limite e del mistero, insieme alla rinuncia a ogni (illusoria) infinitizzazione o divinizzazione dell'uomo, a fondare – secondo l'ultimo Abbagnano – la possibilità di un incontro genuino fra credenti e non credenti. E ciò all'insegna di quell'«umiltà del pensiero» (come la chiamava il filosofo) che rappresenta la condizione indispensabile di ogni etica del dialogo e del reciproco rispetto.